PropaGandhi
Il popolo italiano è una massa di caproni e questo credo sia chiaro a tutti. Gente che sbraita contro le ingiustizie e arriva a chiedere la testa del re, ma poi continua a votare e a sostenere i propri aguzzini politici, con tanto di slogan demenziali sbandierati ai quattro venti nelle sedi più bizzarre. Dal parrucchiere, al supermercato, in farmacia, in ascensore, nella pausa sigheretta: l’italiano medio ha il vizio di inalberarsi. E tifa. E spara anatemi ideologici, senza pensare alle conseguenze nefaste che produce il rimedio stesso che lui pone. La campagna elettorale è un concentrato di tutto questo, è il sipario che si apre sul teatro della psicopatologia italiota. Ed è il momento in cui il disgusto per l’ignoranza della gente indottrinata dai politici si fa sentire più forte. Me ne sto in silenzio sempre più spesso quando si parla di politica ultimamente, e, se invitato a parlare, faccio resistenza nonviolenta. Oggi ad esempio si parlava di mafia, al lavoro. Ho sentito una singolare teoria in stile Roberto Fiore, secondo cui per salvare il meridione dalla mafia si dovrebbe inviare l’esercito. Cioè, in due parole, secondo questa curiosa interpretazione, per combattere la criminalità organizzata, che comunemente si organizza proprio accordandosi con la politica, la politica stessa dovrebbe inviare il proprio braccio armato per combattere se stessa. Non so se è chiaro il giro di parole, fatto sta che è una minchiata. E per un attimo, di fronte a questo, ho pensato di tirare in ballo la soluzione anarcocapitalista alla criminalità organizzata, con tutto il pippone friedmaniano che mi sono ormai stancato di ripetere ad oltranza. Ma alla fine ho concluso che parlare di depoliticizzazione, associazioni di difesa e tribunali privati sarebbe stato con buona probabilità inutile: la gente deve tifare e belare, perchè fa sangue e rende vivi. Ho ormai concluso che sia opportuno assecondarla, per poi ovviamente prenderla per il culo.
Aprile 8, 2008 a 1:04 am
Si,vabbè,c’è gente che a sentirla invierebbe l’esercito anche per far rispettare il suo passo carrabile…
Tsutomu Shimomura.
Aprile 8, 2008 a 1:38 pm
Salvemini era contrario al suffragio universale se non sbaglio. Se uno tendenzialmente socialistoide come lui lo era, un motivo ci sarà.
Aprile 9, 2008 a 7:16 am
————— OCSE SCHIAFFEGGIA TREMONTI E BERLUSCONI ———-
Ocse: Italia ultima per crescita della produttività tra 2001 e 2006
8 aprile 2008
Il comunicato dell’Ocse
Italia maglia nera tra i maggiori Paesi industrializzati per la produttività. È quanto emerge dalle statistiche diffuse oggi dall’Ocse nel Factbook 2008.
La Penisola risulta all’ultimo posto per la crescita della produttività del lavoro (Pil per ora lavorata) che è stata praticamente nulla («inferiore allo 0,5%») nel periodo 2001-2006. La situazione mostra miglioramenti nel 2006 (+1%) rispetto agli anni precedenti (dal -1,2% del 2002 al +0,4% del 2005), ma l’Italia resta ben al di sotto della media Ocse (+1,4%) e dell’Europa a 15 (+1,7%), per non parlare del 5,2% segnato dalla Repubblica Slovacca e del +3,4% di Corea e Ungheria. Prendendo in considerazione la cosiddetta produttività multifattoriale (che include fattori quali l’innovazione tecnologica e organizzativa), l’Italia accusa addirittura una flessione media dello 0,5% nel 2001-2006, confermandosi fanalino di coda.
Un Paese in piena e palese decelerazione. Questa l’Italia che esce dal Factbook 2008 dell’Ocse. Resta la sesta economia mondiale, ma è scivolata al 20esimo posto (dietro alla Spagna) se si considera il Pil pro capite, ha il secondo peggiore debito pubblico del mondo ed è ultima per crescita del Pil negli anni più recenti tra i 30 Paesi più industrializzati. Ad aumentare sono state in compenso le disparità di reddito (sesto posto). Nella quasi 300 pagine di numeri, grafici e statistiche esposte dall’Ocse, molti dati sono conferme (senza perdere per questo il loro carattere allarmante), come la crisi di produttività, la bassa crescita demografica (+0,08% nel 2006), la bassa fertilità (1,34), i bassi tassi di occupazione in particolare delle donne (46%) e l’elevato numero degli anziani.
Gli ultra 65enni sono il 19% nel 2006 e saliranno al 33,7% nel 2050, quando l’Italia avrà il rapporto più sfavorevole di tutta l’area Ocse tra pensionati e lavoratori (98,5). Lavoratori che devono fare i conti con un compenso medio (35.833 dollari l’anno nel 2006 per occupato nell’intera economia) che è i livelli più bassi tra i big industrializzati, dopo avere segnato una delle crescite più deboli nell’area Ocse tra il 1995 e il 2006 (+2% medio annuo, al terzultimo posto). Non che gli italiani lavorino poco (ottavo posto con 1.800 ore l’anno) e sono molti anche quelli che lavorano in proprio (26,7% del totale degli occupati nel settore civile). L’Italia – conferma l’Ocse – resta però anche il Paese con le maggiori disparità regionali in materia di disoccupazione.
Ma dal Factbook escono anche altri dati, meno noti, ma parimenti inquietanti: come quello dei «giovani inattivi», ovvero nullafacenti, auspicabilmente non per scelta. La Penisola, secondo l’Ocse, è seconda solo alla Turchia con il 10,9% dei ragazzi e l’11,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni che non vanno nè a scuola, nè lavorano. E i coetanei che frequentano una scuola certo non brillano, se paragonati agli altri studenti dei maggiori Paesi, come annualmente confermano i test di Pisa che vedono i liceali italiani nelle ultime posizioni (24esimi) per abilità e conoscenze.
L’Italia del resto non appare all’altezza neppure negli investimenti nella conoscenza (quart’ultima tra i 18 big, con poco più del 2% del Pil), nè per numero di ricercatori (24esima su 30). In compenso abbondano i telefoni (quarta per accessi telefonici). Ad avere segnato il passo, secondo l’Ocse, sono invece le autostrade: penultimo posto per crescita della rete. Non fa certo onore, poi, la terzultima posizione per gli aiuti allo sviluppo (0,20% del Pil nel 2006). Dalle statistiche Ocse emerge, infine, che gli italiani spendono poco anche per i divertimenti e la cultura: le famiglie solo il 4,1% del Pil nel 2005 e lo Stato si ferma allo 0,8%.
È un’Italia un pò triste quella che finisce così terzultima.